Il mostro di Firenze: un mistero irrisolto.
Per la rubrica di Criminologia, il seguente elaborato ha come oggetto di studio e analisi la serie di delitti attribuiti al così detto “Mostro di Firenze”. Il mio intento è quello di ricostruire un profilo psicologico dell’omicida, partendo da analisi psicologiche – psichiatriche, criminalistiche, criminologiche (riguardanti quindi la criminogenesi e la criminodinamica) e topografiche, per ricavare, se possibile, elementi che sarebbero potuti essere stati d’aiuto per la sua identificazione e la sua successiva cattura.
Prima di tutto, ho deciso di analizzare e comparare tutti i delitti appartenenti alla serie: 8 omicidi di 8 coppie, in tutto 16 persone che sono state brutalmente uccise dal “Mostro”, tra il 1968 e il 1985, nei meandri della campagna fiorentina.
Analisi dei delitti
Il primo omicidio risulta essere il più
discostante dagli elementi che andranno a caratterizzare e formare il modus operandi, vera e propria
inconfondibile firma, del killer. Ha tutto l’aspetto di un delitto d’onore, un
delitto passionale, compiuto nei confronti di una donna che, benché sposata,
amava accompagnarsi ad altri uomini. Siamo nel 1968: Barbara Locci e Antonio Lo
Bianco vengono colpiti a morte mentre si accingono a compiere l’atto sessuale
nella loro auto. Sui cadaveri dei due non vi sono altre tracce di violenza
oltre alle ferite d’arma da fuoco. Nel sedile posteriore si trovava il bambino
di Barbara, risparmiato dalla furia omicida, il quale verrà accompagnato ad una
vicina casa colonica, probabilmente dallo stesso assassino. Il piccolo, di nome
Natalino, fornirà diverse versioni dei fatti, anche contraddittorie tra loro.
Il marito di Barbara, Stefano Mele, dopo aver accusato in tempi diversi i vari
amanti della moglie, finirà per assumersi l’intera responsabilità, forse per
moto d’orgoglio, e sconterà quindi la sua pena in carcere. I protagonisti della
vicenda, tutti sardi, tranne Lo Bianco, appartenevano ad un clan, stanziatosi
nel territorio toscano da diversi anni. Quindi, molti analisti e, inizialmente,
anche gli inquirenti, avvalorando l’ipotesi del delitto per vendetta, pensarono
che l’omicidio fosse stato commesso per “punire” uno dei due. Codesto
atteggiamento si inquadrerebbe benissimo all’interno di un contesto culturale
intriso di regole, tradizioni e valori particolari.
Col passare degli anni e con l’acuirsi della
violenza omicida del “Mostro”, vennero alla luce anche altre possibili strade:
il killer sarebbe stato estraneo alla coppia e alle sue dinamiche, ma, essendo
del luogo, avrebbe conosciuto la condotta riprovevole della donna e avrebbe
voluto colpirla, in quanto “non degna” di essere “donna” con la D maiuscola, ma
piuttosto pronta a dispensare sesso ad uomini, anche in presenza di suo figlio.
Magari la presenza del bambino lo avrebbe fermato dal procedere allo scempio
dei cadaveri, decidendo piuttosto di portarlo in salvo; magari non si era
ancora prefigurata nella sua mente una precisa idea sul come trattare i corpi,
limitandosi a “giustiziare” con l’arma da fuoco, ma senza infierire oltre...
Malgrado la condanna di Stefano Mele, rimasero
tanti dubbi riguardo alla sua effettiva partecipazione al delitto e alle sue
modalità di compimento. In ogni caso, si ritenne che lo stesso, anche se non
diretto responsabile, fosse presente sul luogo del delitto e conoscesse
l’assassino, così come lo stesso sarebbe stato conosciuto dagli altri Sardi, di
volta in volta scagionati, dopo le prime accuse di Stefano, con l’esecuzione di
nuovi omicidi da parte del “Mostro”...
Punto di congiunzione tra questo primo omicidio e
i successivi sarà l’arma da fuoco: una pistola Beretta Long Rifle calibro 22,
che non verrà mai ritrovata. Confrontando quindi i bossoli qui rinvenuti con
quelli ritrovati sulle diverse scene del crimine, si concluderà per la loro
assoluta corrispondenza.
Passano sei anni, il clamore mediatico si è attenuato,
il 1968 è un ricordo lontano... Ma, colpo di scena: un nuovo omicidio torna a
sconvolgere la Toscana. Gentilcore Pasquale e Pettini Stefania vengono
aggrediti nella loro auto, colpiti mentre ancora si stanno spogliando, prima del
compimento dell’atto amoroso. La dinamica prevede l’utilizzo di un’arma da
fuoco puntata prima sul ragazzo e in un secondo tempo sulla ragazza, e poi
l’uso di un’arma da punta e taglio su entrambi che li finisce. L’interesse del
killer è centrato prevalentemente sulla giovane: è suo il corpo seviziato e
martoriato da 96 coltellate. Le prime stoccate sono piuttosto profonde e
indirizzate ad organi vitali, forse per accertarsi della morte della stessa; le
altre procedono verso il pube e il seno, quasi a circoscrivere le zone
d’interesse prettamente erogeno. Elemento particolare e caratterizzante del delitto
sarà la presenza di un tralcio di vite appena inserito nella vagina di
Stefania, quasi a voler “riabilitare” e purificare la zona. Non può essere
considerato un segno di sfregio ulteriore sul già martoriato cadavere della
giovane, in quanto non è stato immesso a forza, ma solamente appoggiato, come
si evince dalle lievi escoriazioni presenti sulla pelle.
Passano quasi sette anni prima che la barbarie si
ripeta, in un crescendo di ferocia e furia inaudita. Le vittime, questa volta,
sono De Nuccio Carmela e Foggi Giovanni. La dinamica si ripete allo stesso
modo: arma da fuoco e arma da punta e taglio. Per la prima volta, viene
asportato il pube della ragazza con tagli netti e precisi che risparmiano però
le grandi labbra.
Non assistiamo più ad un salto temporale di anni
per arrivare al prossimo delitto: nell’autunno dello stesso anno, il 1981,
infatti, il “Mostro” torna a far paura. Baldi Stefano e Cambi Susanna vengono
brutalmente uccisi nel consueto modo, colti nel momento in cui stanno per
spogliarsi. Ma si aggiunge un elemento a rendere la scena del crimine ancora
più agghiacciante: alla ragazza viene asportato il pube con un taglio talmente
profondo da evidenziare il tessuto adiposo sottostante e i visceri, che però
non vengono manipolati.
Fino a questo momento, il killer non ha mai
riscontrato difficoltà nel compiere il suo sadico piano. Si sente invincibile,
in un crescendo di ego e onnipotenza senza pari. Siamo nel 1982 e decide di
attaccare una coppia fermatasi in una piazzola su una strada provinciale,
quindi molto trafficata anche in serata. Migliorini Antonella e Mainardi Paolo
sono in auto, vigili e attenti, con lo sguardo rivolto verso l’esterno. La
paura per il “Mostro” è forte, ecco perché hanno scelto un luogo non troppo
nascosto. Uno dei due intravede qualcosa, un movimento forse, un luccichio...
Il ragazzo innesta la marcia, partendo proprio nel momento in cui il killer
comincia a sparare verso l’auto, ma è ferito e, dopo una breve carambola,
termina nel fosso dall’altra parte della strada. L’assassino, a questo punto,
li finisce, spara ai fari dell’auto e si introduce nell’autovettura per
prelevare le chiavi, che getterà nel campo, come segno di ulteriore vittoria,
verso quest’uomo che aveva tentato di sfidarlo. Il Mainardi, ancora vivo,
morirà poche ore dopo in ospedale, dopo essere entrato in coma. Nell’auto verrà
ritrovato un profilattico usato e un fazzolettino sporco di sperma: l’atto sessuale
era già stato compiuto? Il “Mostro” era arrivato tardi? Forse è per questo che
non ha deciso di infierire oltre sul corpo di Antonella...
I possibili imprevisti non spaventano
l’assassino, anzi lo eccitano e lo spronano ancora di più a continuare nella
sua “lotta” verso l’amoralità. Nel 1983, attirato dalla musica e dalla luce, si
avvicina ad un furgoncino, cominciando a sparare. Si accorgerà solo a delitto
compiuto, che le sue vittime sono due uomini. Non procederà oltre con l’arma
bianca, dimostrando ancora una volta disinteresse per le figure maschili. Nelle
vicinanze del mezzo verranno ritrovati i resti della rivista “Golden Gay”: si pensò quindi che il
killer l’avesse trovata nel furgone, rovistando tra le cose dei ragazzi, l’avesse
stracciata e gettata poco lontano. I familiari dei ragazzi tedeschi
confermeranno, però, che i due non fossero affatto omosessuali, ma
semplicemente due amici in vacanza-studio in Italia. La rivista avrebbe già
potuto trovarsi lì, avrebbe quindi potuto appartenere a qualcun altro; magari
il “Mostro” potrebbe semplicemente aver commesso un errore, pensando che uno
dei due, esile e con i capelli più lunghi, fosse di sesso femminile..
Nel luglio del 1984, l’uccisione a sangue freddo
di Rontini Pia e Stefanacci Claudio desta parecchio scalpore: giovanissimi,
entrambi ben conosciuti e amati dai loro compaesani. La paura è tanta, sono
stati disposti cartelli di pericolo nella campagna fiorentina, per scongiurare
i ragazzi dal fermarsi ad amoreggiare lungo la strada. I genitori escono
durante il finesettimana per lasciare la casa libera ai propri figli,
anticipando, per così dire, i tempi. Ma Claudio è convinto di aver trovato un
posto sicuro, inattaccabile: una stradina nella quale ci si può immettere in
retromarcia, protetta da ambo i lati, quindi con buona visibilità. Ma questo
non blocca il “Mostro”, anzi ne aumenta ancora di più la furia. I ragazzi
vengono colpiti, appena finito di spogliarsi. Per la prima volta a Pia viene
asportato, oltre che il pube, anche il seno sinistro.
Siamo nel 1985. Di coppiette non se ne vedono
più: il killer ha ottenuto il suo scopo? Tra i toscani forse sì, ma questo,
purtroppo, non vale per gli stranieri. Una coppia di ragazzi francesi si trova
in Italia e sarebbe dovuta rientrare di lì a pochi giorni; magari non sono informati
in merito, magari sanno ma non credono che possa accadere proprio a loro.
Decidono quindi di fermarsi in una piazzola poco distante dalla strada
principale e montare, davanti alla loro auto, una tenda modello canadese. Il
“Mostro” decide di colpire proprio loro, ma, nel momento in cui si appresta a
tagliare la tenda, si accorge che la stessa ha due strati, quindi,
inizialmente, non riesce nel suo intento. Decide quindi di sparare mirando alle
ombre, colpendo entrambi, ma il ragazzo, ferito solo di striscio, riesce ad
uscire da uno degli ingressi della tenda e a scappare verso la macchia lì
vicino. L’assassino, malgrado il ragazzo sia giovane e prestante, riesce a
raggiungerlo e a colpirlo mortalmente alle spalle. Deciderà poi di buttarlo in
un fosso e di ricoprilo con secchi da vernice, trovati abbandonati sul posto.
Torna quindi, sbarazzatosi dell’uomo, ad occuparsi della donna, asportandole il
pube e, di nuovo, il seno sinistro. Anche il corpo di questa viene ben nascosto
nella tenda e coperto, come a simulare un riposo normale.
La serie omicida finisce qui, nel 1985, chiudendo un cerchio iniziato quasi vent’anni prima. Tra vicende giudiziarie e processi senza fine si innesta la presenza di Pietro Pacciani e dei suoi “compagni di merende”, Giancarlo Lotti e Mario Vanni.
Ed è da qui che intendo partire per cercare di delineare un profilo del
“Mostro” di Firenze, convinta del fatto che il vero responsabile non sia stato
mai trovato.
Analisi psicologica – psichiatrica
Analizzando la serie omicidiaria, sono emersi
alcuni dati comuni, tra cui:
- la metodicità, la
precisione e la determinazione con cui l’assassino porta a termine i suoi
delitti, senza lasciare mai nulla al caso, intervenendo dapprima con
un’arma da fuoco e completando la sua “opera” con un’arma da punta e
taglio;
- la sua capacità
di reagire in modo adeguato ad eventuali imprevisti: si pensi al caso
Mainardi o al caso dei ragazzi francesi, da ciò si evince che agli agisca
da solo, senza alcun complice. Diversamente, nel caso in cui, fosse
subentrato un qualche intralcio, sarebbero intervenuti subito eventuali
correi per ristabilire immediatamente l’ordine;
- la perfezione
nell’esecuzione omicidiaria e l’abilità nel non lasciare tracce utili per la
sua identificazione, anche se in un caso è stata ritrovata un’impronta di
stivale, probabilmente non riferibile nemmeno a lui, e in un altro è stata
rilevata un’impronta digitale sul montante destro dell’auto insieme ad
un’altra impronta lasciata dal ginocchio sulla polvere dello sportello
destro;
- l’evoluzione del modus operandi, partendo dal primo
omicidio fino ad arrivare all’ultimo della serie: un crescere di ferocia e
furia rappresentato dall’infierire sui cadaveri delle donne, portando via
parti erogene, in particolare il pube e il seno sinistro, come fossero
“feticci” o comunque macabri simboli del suo gesto. Le mutilazioni sono
eseguite, considerando anche le condizioni disagiate e il breve tempo a
disposizione, con una fredda precisione: i tagli sono compiuti in modo
netto e deciso, dimostrando perizia e conoscenza del corpo umano;
- il fatto di
colpire sempre coppie di ragazzi giovani, prima del compimento del vero e
proprio atto sessuale e lo spiccato interesse verso la donna: le
mutilazioni sono riservate solo a lei. A questo scopo, il corpo della
malcapitata di turno è, nella maggioranza dei casi, portato fuori
dall’auto e posizionato in modo tale da poter intervenire sullo stesso con
più facilità, per dedicarvisi totalmente. L’uomo, in generale, viene
considerato come un “peso” e quindi deve essere subito neutralizzato e
tolto di mezzo, cosicché non possa nuocere. Solo in un caso, questo verrà
trascinato via dal posto di guida, forse semplicemente per accedere più direttamente
alla donna. Tuttavia, possono essere rilevate alcune eccezioni: le
asportazioni non sono state riscontrate in tutti i casi o perché è
subentrata una qualche circostanza esterna o perché vi è stato un errore
di valutazione o perché semplicemente non era ancora stato ideato un vero
e proprio modus operandi e stava
saggiando le sue possibilità;
- l’agire quasi
sempre nel periodo estivo, in giorni prefestivi, in notti di novilunio, in
cui la luminosità è ovviamente minore, nelle ore comprese tra le 23 e le
24. In un solo caso si muove di giovedì sera, alla vigilia di un sciopero
generale, verso la fine d’ottobre, quasi a voler ribadire la sua impunità,
finendo per scagionare, consapevolmente o inconsapevolmente, uno dei tanti
membri del clan sardo incriminato in quell’arco temporale;
- il fatto di non
aver mai manifestato comportamenti di chiaro interesse sessuale nei
confronti delle sue vittime: non è mai stata riscontrata violenza ad
eccezione delle manipolazioni omicidiarie e “chirurgiche”. Le stesse
asportazioni non sono comportamenti intesi al godimento sessuale, ma
solamente atti funzionali al possesso dell’oggetto feticistico. Addirittura
tende a ridurre al minimo il contatto con la donna, preferendo tagliarle
le vesti e i restanti indumenti col mezzo tagliente, piuttosto che
toccarle e sfilarle direttamente;
- il fatto di non
portare via nulla dalla scena criminis, se non i cosiddetti “feticci”. In
alcuni casi si limita a disporre in modo accurato alcuni oggetti ritrovati
nell’autovettura intorno ai cadaveri o a svuotare la borsetta, forse per
morbosa curiosità, per sapere qualcosa di più sulla vita privata della
donna, vittima di turno. Nel caso Mainardi, inoltre, si spinge dentro
l’auto per prelevare il mazzo di chiavi e lanciarlo lontano, come a
ribadire che da lì non si sarebbe certo più mosso.
Considerando tutti questi elementi, si potrebbe
pensare che l’assassino sia vittima di un disturbo di personalità paranoide,
strutturato e controllato, tale da consentirgli di vivere una vita ordinaria,
ben inserito nel contesto sociale di riferimento. Il “Mostro” si configurerebbe
quindi come una persona al di sopra di ogni sospetto, probabilmente dotato di
acume, astuzia, intelligenza e quindi di un buon livello culturale.
Secondo Ugo Fornari, un soggetto affetto da un
simile disturbo avrebbe un’alta considerazione di sé, tesa a nascondere
un’insicurezza di fondo e un vissuto di inadeguatezza ed impotenza sperimentato
magari in età infantile ed adolescenziale. La sua intellettualizzazione e la
sua estrema razionalizzazione di ogni situazione giustificherebbe l’accentuata
sospettosità per il resto del genere umano. Il momento del passaggio all’azione
è determinato da fattori stressanti ( il quid
novi) che si innestano e si propongono nella mente del soggetto,
estrinsecandosi in deliri, andando a sovraccaricare, come una miccia esplosiva,
un funzionamento mentale già precario o eccessivamente messo alla prova. L’Io
cerca di mantenere una sua relativa stabilità nel tempo, fino a quando non
subentrano o si sommano eventi che vanno a minacciarne la sua integrità
funzionale, in modo definitivo. Ed è proprio in questo particolare momento
della vita che il “Mostro” può avere iniziato ad uccidere, non riuscendo più a
trattenersi; molto probabilmente deve aver subito un trauma, o comunque aver
vissuto un fatto rilevante a tal punto, dal portarlo ad agire, senza remore e
senza guardarsi indietro, avendo ormai trovato il modo per scaricare le sue
pulsioni interiori.
Potrebbe trattarsi anche di un caso di
personalità multipla, cioè di un soggetto in cui riescono a convivere due
opposte personalità, una delle quali è “buona” e conosciuta, mentre l’altra è
“cattiva” e sconosciuta ai più, oltre che a lui stesso. Infatti, il percorso di
conoscenza della stessa si delineerà in quasi vent’anni, lasciandosi dietro una
scia di sangue sempre più lunga... In ogni caso, è ragionevole supporre che un
certo grado di integrazione e consapevolezza tra le due personalità debba
sussistere: come riuscire a condurre una vita per così dire normale, senza il
subentrare di aspetti violenti ed improvvisi? Tale integrazione, secondo il
Professor Francesco Bruno, sarebbe stata fornita proprio da una forte spinta
religiosa e quindi “moralizzatrice” del suo agire, vista come una sorta di giustificazione
al suo comportamento atroce, una “crociata personale” contro i “cattivi
costumi”, sempre più diffusi nel tessuto sociale di appartenenza. Potrebbe
essere considerato un killer “missionario”, animato nel suo agire da una
“missione” purificatrice, tesa a ristabilire l’equilibrio e il giusto assetto
sociale, morale ed etico.
Il “Mostro” aveva, molto probabilmente, un’idea
distorta del sesso e della sessualità in generale, causata forse da un senso di
religiosità portato all’estremo, da un’educazione restrittiva avuta sin
dall’infanzia e magari accresciuta nell’alveo famigliare, rigido e severo nell’imporre
codesti principi, come se fossero dogmi inderogabili.
Sicuramente il rapporto con la madre è stato
determinante nella sua crescita e nella sua evoluzione: molto probabilmente l’aveva
idealizzata ed innalzata a simbolo di purezza estrema, a differenza delle altre
donne, indegne di essere paragonate a lei.
Durante l’azione omicidiaria, infatti, sembra
considerare la donna oggetto di peccato e, nella successiva manipolazione del
cadavere, tende a concentrarsi sulle zone erogene della stessa, quelle appunto
utilizzate per ottenere e dare piacere. Ma lui, nella quasi totalità dei casi,
riesce ad intervenire prima del compimento dell’atto sessuale, riuscendo a
bloccare questo “infame intento” della coppia. Attraverso la mortificazione
delle carni, sembra quasi liberare le vittime dal peccato ed è forse per questo
motivo che posizionerà il tralcio di vite, allegoria dei credenti, nella vagina
di Stefania Pettini, quasi a voler purificare la zona, ma senza compiere alcun
tipo di mutilazione.
Negli omicidi successivi, invece, avendo forse
preso più consapevolezza e dimestichezza con le sue capacità, procederà oltre,
asportando per la prima volta il pube, finendo poi per interessarsi, negli
ultimi due casi, anche al seno sinistro delle sue vittime.
Si era instaurato in lui una sorta di patologico
ed esasperato senso di giustizia, un’insofferenza riguardo ai rapporti
prematrimoniali, alla sessualità in generale e, in particolare, a quella
femminile, così esibita in pubblico, così mostrata in modo disinibito e senza
alcun freno, senza alcun rispetto del vincolo coniugale (si pensi a Barbara
Locci), o semplicemente dei valori familiari.
È proprio grazie a ciò, che il “Mostro” si sente
giustificato ad agire e non prova senso di colpa alcuno, anzi si sente sempre
più spronato all’azione, esternando la propria vera indole perversa e paranoica,
finora sopita. Magari, è arrivato addirittura a credere che la sua mano sia
guidata dal Divino, che ha scelto proprio lui per portare a termine questa
difficile missione. In questo caso, la fede risulta essere un rifugio, una vera
e propria giustificazione al suo agire, ignobile sì, ma comunque sempre guidato
e voluto da Dio.
Delitto dopo delitto, si assiste ad un incremento
del delirio e del senso di onnipotenza dell’assassino, come è ragionevole
aspettarsi in casi del genere. Ma, propendendo per l’ipotesi che lo stesso
fosse affetto da una personalità multipla, è altrettanto normale che il
conflitto tra le due opposte “facce della stessa medaglia”, torni ad
instillarsi nella sua mente malata. Magari sta subentrando nuovamente una lotta
interiore, ma opposta a quella che lo ha interessato nella prima parte della
sua vita. Infatti, inizialmente, tendeva a sopprimere la parte “cattiva” in
favore di quella “buona”, fino al momento di svolta. Ma, col passare degli
anni, ed arrivando all’otto settembre del 1985, data di quello che sarebbe poi
stato l’ultimo omicidio della serie, si è instaurato un senso di colpa nel
soggetto, un senso di angoscia per le azioni compiute. É forse questo
cambiamento che lo porta ad esporsi, inviando ai Magistrati una serie di
messaggi: è come se il “Mostro” desideri, inconsciamente, espiare il proprio
truce operato, mettendosi in mostra, lanciando un amo alla Procura, a
condizione però che la stessa sia in grado di capire e quindi di abboccare...
Anche in quest’ultimo caso, il conflitto interiore è risolto, in quanto il killer
interpreta il suo agire come una sfida, figlia del suo smisurato senso di
onnipotenza.
Analisi criminalistica
Dagli elementi a disposizione, si evince che il
“Mostro” sia stato un uomo di alta statura, forte, prestante, d’età media,
capace di premeditare e di eseguire con cura e precisione i diversi omicidi in
modo da non commettere errori grossolani tali da fornire elementi indiziari. Il
fatto che sia stato un soggetto sicuramente alto è derivato dallo studio della
distanza da terra dei colpi d’arma da fuoco rilevati sul furgoncino dei ragazzi
tedeschi; è risultata utile allo scopo anche l’impronta del ginocchio lasciata
sullo sportello destro dell’auto di Stefanacci. Il fatto, inoltre, che sia stata
una persona forte e robusta e comunque non certo di età avanzata, si evince dal
fatto che ha trasportato senza alcun problema i corpi delle giovani fuori dalle
loro autovetture e, se si pensa all’ultimo omicidio della serie, è riuscito
addirittura a seguire un giovane centometrista, colpirlo alle spalle e buttarlo
letteralmente in un fossato vicino. Quindi è ragionevole supporre che né Pietro
Pacciani né uno dei suoi “compagni di merende”, possano essere identificati
come il “Mostro”, in primis per le condizioni fisiche delineate. Pacciani, in
particolare, era tozzo, basso, avanti con gli anni, con problemi cardiaci e
respiratori e sicuramente privo di agilità e resistenza allo sforzo.
L’assassino ha dimostrato, inoltre, notevole
perizia nell’eseguire i tagli degli organi che asportava e vi sono sufficienti
indicazioni che egli sapesse come trasportare e conservare i pezzi anatomici in
suo possesso. Molto probabilmente era una persona dotata di cultura sanitaria o
comunque un soggetto che non era in grado di sublimare attraverso un mestiere
l’aggressività o le capacità tecniche di cui era dotato. Potrebbe essere stato un
cacciatore, un imbalsamatore, un macellaio, un conciatore, ecc...
Il “modus operandi” è sempre simile, come se egli si prefigurasse già nella mente un piano estremamente dettagliato; sembra muoversi secondo precisi rituali, costretto a cambiarli solo in caso in cui si presenti un imprevisto o una qualsiasi altra causa esterna. L’azione è rigidamente finalizzata all’uccisione delle sue vittime e alla successiva mutilazione delle donne.
Si ricavano alcune deduzioni sul piano
criminalistico:
- la scelta dei
luoghi non è del tutto casuale, ma risulta essere, in un certo senso,
quasi preordinata: il killer, essendo molto probabilmente del posto,
conosce i luoghi della campagna fiorentina in cui le coppiette si
appartano. Piazzole o stradine isolate, circondate dalla fitta
vegetazione, raggiungibili da più vie, così da poter avere a disposizione
diverse modalità di fuga, in caso di intrusioni durante il compimento del
macabro rituale;
- probabilmente il
soggetto si trova già, appostato, nel luogo prescelto per commettere
l’omicidio o comunque arriva quasi in contemporanea alla coppia: infatti,
riesce quasi sempre ad intervenire prima del compimento dell’atto
sessuale;
- probabilmente
raggiunge il luogo a piedi provenendo dalla campagna, dopo aver lasciato
un eventuale mezzo abbastanza lontano per non destare sospetti con rumori
o luci;
- anche la scelta
dei tempi, così come quella dei luoghi, non è certo casuale: agisce quasi
sempre nel periodo estivo, forse per non lasciare tracce, dal momento che
il terreno è sicuramente più asciutto rispetto ad un periodo diverso
dell’anno; in notti buie, di novilunio e sempre verso le 23-24;
- forse l’assassino conosce le sue vittime, almeno di vista, magari le ha già seguite alcune sere prima, in alcuni appostamenti, notando dove sono solite recarsi per appartarsi... Quindi non sarebbe stata casuale nemmeno la scelta dei ragazzi, ma anche loro sarebbero rientrati già da tempo nel suo macchinoso piano omicida...
Analisi topografica
Sono state eseguite anche analisi topografiche, osservando e studiando la disposizione degli eventi a seconda dei luoghi: questi ultimi si dispongono a formare un’area a circa 16 km dal centro di Firenze. Quindi, come già sottolineato in precedenza, la scelta dei luoghi non è affatto casuale, ma viceversa, sembra seguire un preciso criterio, magari dettato dall’esigenza di sicurezza e dalla paura iniziale di essere trovato e catturato: infatti, ha sempre cercato di agire in un luogo che fosse sufficientemente lontano, quasi opposto rispetto a quello in cui aveva appena colpito. Lo scopo del “Mostro” sarebbe stato anche quello di compiere i delitti lontano dal suo luogo di residenza o di lavoro.
Secondo la disciplina del geographical profiling, gli spostamenti di un criminale sono
strettamente interconnessi con i suoi processi psichici. Studi in merito hanno
permesso di elaborare la cosiddetta Legge di Decadimento: quanta più sicurezza
egli trae dalla sua impunità, tanto più si allontana dalla sua abitazione. Tale
affermazione sarebbe conseguenza dei seguenti passaggi logici:
- ogni crimine è il
risultato della tensione di due forze psichiche opposte: il desiderio di
commettere un crimine e il desiderio di non farsi catturare;
- all’inizio della
sua carriera criminale, essendo più insicuro, tende a scegliere un luogo
che conosce bene, mentre, quando avrà acquisito più dimestichezza con le
sue capacità, si spingerà anche verso luoghi meno conosciuti;
- spesso i luoghi
conosciuti sono quelli vicini al luogo di residenza del killer;
- esiste sempre una
zona franca, nelle immediate vicinanze del suo domicilio, in cui decide di
non colpire, perché si sentirebbe troppo a rischio.
Molto probabilmente, il “Mostro” non sceglie il
luogo nello specifico, ma si limita ad eleggere un’area in cui colpirà in quel
particolare momento. All’interno di quell’area, poi, conoscendo la zona e, in
particolare, i luoghi prediletti dalle coppiette per appartarsi, si preparerà
ad agire. Tutto è predisposto nei minimi dettagli: è ragionevole supporre che
il killer effettuasse una sorta di sopralluogo della zona, per acquisire
maggior dimestichezza con le vie d’accesso e con le vie di fuga, riuscendo
quindi nell’effetto sorpresa, dopo una sua accurata mimetizzazione nella
vegetazione circostante.
Analisi psicologica e semantica dei messaggi
Assumendo come vera l’ipotesi di considerare il
“Mostro” affetto da disturbo di personalità paranoide, animato da una visione
distorta della religione e della sessualità in generale, si potrebbe pensare
che lo stesso, dopo quasi vent’anni di omicidi, non sia più riuscito a
controbilanciare le pulsioni e gli istinti inconsci con la vita normale. Il
conflitto interiore, di cui potrebbe aver sempre sofferto, sarebbe diventato
insostenibile, non bastando più il tacito accordo con Dio, a legittimare la sua
lotta per la moralità. In lui sarebbe cominciata a manifestarsi l’ansia, la
paura di non essere più all’altezza del compito attribuitogli, la
consapevolezza di non essere davvero il “prescelto” come aveva sempre pensato,
fino a quel momento.
Sembra quasi che avesse già preordinato e deciso
da tempo che l’ottavo omicidio sarebbe stato l’ultimo della serie. Ed è
abbastanza logico supporlo, considerando che qualsiasi aspetto del suo piano
era approntato nei minimi dettagli; salvo ovviamente possibili imprevisti, che,
in ogni caso, era stato comunque sempre in grado di affrontare senza scomporsi
minimamente.
Molto probabilmente, se supponiamo che in lui si
sia manifestato un conflitto interiore del genere, non ne avrebbe certo dato
adito, anzi, sarebbe stato in grado, per l’ennesima volta, di controllarlo o
volgerlo a suo favore, magari considerandolo l’ennesima sfida. Avrebbe quindi deciso
di mandare segnali, indizi riguardanti la sua persona, ma ovviamente ben celati
e comprensibili solo a una mente aperta.
L’8 settembre 1985, il “Mostro” ha già in tasca la busta che sarà indirizzata al Procuratore Silvia Della Monica, la quale, completata col macabro pezzo di seno che risulterà essere della turista francese, verrà probabilmente inviata la notte stessa dell’omicidio, momento di massima eccitazione per il killer. Magari, se avesse aspettato l’indomani, sarebbe prevalso in lui il senso di autoconservazione e non sarebbe più riuscito a procedere...
Questa lettera e i messaggi ulteriori, di sicura
attribuzione al “Mostro”, avrebbero forse contenuto aspetti utili a consentire
l’identificazione specifica di elementi di caratterizzazione dell’assassino
stesso, inerenti alla sua persona, o al luogo in cui vive o alla sua
professione.
Per quanto riguarda il primo messaggio della
serie, la lettera viene inviata al Procuratore Della Monica, malgrado lei non
si occupi più della serie omicidiaria in questione. Questa donna aveva osato
sfidarlo, in occasione del caso Mainardi, diffondendo un comunicato stampa in
cui si diceva che il ragazzo sarebbe stato ancora in vita, pronto a parlare e a
denunciare il “Mostro”. Ovviamente era una trappola: egli era entrato in coma,
a causa degli spari ricevuti, e morirà poco dopo l’arrivo in ospedale. In ogni
caso, il killer non abbocca, malgrado a casa del ragazzo arrivino telefonate
sospette... Inoltre, il Magistrato è una “donna” e questa scelta si
inquadrerebbe nella sua visione ambivalente del mondo femminile e nella visione
della madre come essere perfetto e superiore rispetto a qualsiasi altra. La
stessa lettera simboleggia il desiderio di comunicare, di sfogarsi, di farsi
capire, di estraniare e far conoscere il suo mondo agli altri, dopo un lungo
percorso di conoscenza condotto in prima persona, a spese di ben otto coppie.
La lettera contiene un lembo di carne umana, un “feticcio”, che era solito
asportare dalla scena del crimine e portare a casa, per poi conservarlo in modo
accurato; ma in quest’occasione, decide di privarsene in parte e di
condividerlo con un Procuratore. Se supponiamo che la busta venga inviata la
notte stessa dell’omicidio, di sabato sera, e consideriamo che venga recapitata
solo il lunedì, tenendo conto del precedente giorno festivo, riusciamo a
comprendere l’intento di voler celare i corpi dei ragazzi francesi, interesse
mai mostrato prima. Il suo desiderio sarebbe stato quello che la lettera
arrivasse prima della scoperta dei corpi, anticipando le ricerche degli
inquirenti. Probabilmente aveva proprio considerato il fatto che essendo i
ragazzi di nazionalità francese, (magari osservando la targa o semplicemente
sentendoli parlare), alla loro scomparsa nessuno avrebbe diramato un allarme immediato.
Ma così non è stato: i corpi sono stati scoperti per caso proprio il giorno
dopo l’omicidio, di domenica, prima che la lettera fosse recapitata. Il lembo
di seno sarà poi analizzato e risulterà appartenere alla ragazza francese.
Un altro elemento ricollegato a quella lettera, è
il luogo di invio, posto a circa 60 km dal luogo del delitto, come se quel
paese, San Piero a Sieve, avesse un significato particolare e fosse già stato scelto
in precedenza, così come qualsiasi altro aspetto della dinamica omicidiaria,
sempre preordinato e studiato nei minimi dettagli. Nell’indirizzo riportato
sulla busta, poi, “Republica” è
scritto con una sola “b”: probabile supporre che sia stato un errore voluto,
considerando sia il livello culturale, sicuramente medio-alto, sia il fatto che
la busta fosse stata preparata con cura già in precedenza, quindi non può
essere certo considerato un errore dovuto alla fretta...
Come accennato in precedenza, vi sono stati altri
messaggi lasciati dall’assassino, successivi all’invio della lettera alla
Dottoressa Della Monica. Quasi in contemporanea con il suddetto invio, sarebbe
stato ritrovato un bossolo all’esterno di un ospedale fiorentino, con le stesse
caratteristiche di quelli ritrovati sulle scene del crimine analizzate in
precedenza. Forse, l’invio di un proiettile, voleva significare un “abbandono”
delle armi, una sorta di resa a quello che sarebbe stato se fosse stato
catturato...
Nel mese di ottobre del 1985, poi, verranno
recapitati altri tre messaggi, questa volta ai tre sostituti Procuratori della
Repubblica, che si stavano attualmente occupando del caso: “solo loro avevano in mano tutti gli elementi
utili che avrebbero potuto portare alla sua definitiva cattura”, (così era
riportato nello stralcio di giornale a loro inviato), ovviamente se avessero
avuto le capacità per farlo... Il contenuto delle tre lettere è lo stesso:
ritagli di giornale inerenti ad un articolo sul “Mostro” e un dito tagliato da
un guanto in lattice contenente un proiettile calibro 22, riconducibile sempre
a quelli rinvenuti nei luoghi degli omicidi. Anche questi messaggi, se
supponiamo appartengano al killer, sarebbero stati inviati sempre per mostrare
la sua volontà di concludere la carriera criminale, considerando anche il fatto
che, in precedenza, non aveva mai voluto comunicare in alcun modo con gli
inquirenti.
Probabilmente, facendo riferimento al sesso dei
destinatari dei messaggi, si può intravedere ancora una volta il suo differente
interesse per il genere femminile rispetto a quello maschile: alla Procuratrice
viene inviato un lembo di seno, infatti la mutilazione era riservata alla
donna; mentre ai Procuratori viene inviato un proiettile, simboleggiante la
fine delle vittime maschili e il voler riservare a loro solo il “piombo”.
Inoltre, se vogliamo considerare nuovamente la
sua visione distorta del sesso, il proiettile infilato dentro il dito del guanto
potrebbe far pensare ad un fallo dentro al profilattico, che potrebbe da un
lato ricondursi all’interrotto atto sessuale delle sue vittime e dall’altro
lato all’autocastrazione del “Mostro”, dopo la decisione finale e definitiva di
“castrare” le sue pulsioni più inconsce, in ragione di una risoluzione del
conflitto che l’aveva sempre attanagliato fin dall’infanzia. Questo perché, il
killer vede il suo problema risolto in ogni caso, sia che gli inquirenti lo
trovino e lo condannino, sia che rimanga impunito, in quanto ha comunque provato
a redimersi, tentando di mandare segnali. Ma se questi non vengono compresi,
non è più sua responsabilità.
Il “Mostro” vede tutto ciò come una sfida
perversa, quasi a volersi prendere gioco degli inquirenti. Ma se consideriamo
il significato criptico dei messaggi, così come interpretato dal Professor
Bruno, è piuttosto complesso arrivare ad una soluzione davvero chiarificatrice
del reale intento dell’assassino.
Negli stessi giorni in cui vengono recapitate le
tre lettere ai Magistrati, sul luogo dell’ottavo delitto, viene ritrovata una
busta di guanti in lattice contenente, tra l’altro, un fazzoletto di carta intriso
di sangue con una ciocca di capelli castani. I guanti erano dello stesso tipo
di quelli usati per avvolgere i proiettili nelle missive e, probabilmente,
erano gli stessi che il “Mostro” aveva utilizzato nei diversi omicidi da lui
compiuti, per non lasciare alcun elemento che potesse portare a lui.
Egli invece, questa volta, voleva proprio lasciare
precise tracce di sé e per questo ha depositato anche un campione del suo
sangue e dei suoi capelli, indicando anche la misura della sua mano: la
settima.
I messaggi non vengono comunque compresi e il
“Mostro” gioca l’ultima carta a sua disposizione, finendo per chiudere il
cerchio: dopo circa un mese dall’ultimo delitto, lascia un proiettile sotto la
cassetta postale da dove aveva spedito la prima lettera al Magistrato Della
Monica.
In conclusione, risulta ragionevole supporre che gli
investigatori non sarebbero mai stati in grado di individuarlo con assoluta
certezza e forse era proprio questo il suo intento: non voler farsi trovare
mai, malgrado sembrasse mostrare, per un momento, il contrario...






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